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giovedì 13 ottobre 2022

Essere più in forma e andare più lenti (partendo troppo forte). Il mio Vertikal Sass de Fer

Sabato 1 ottobre ho corso al Vertikal Sass del Fer, a Laveno Mombello, gara organizzata da 100%AnimaTrail. Gara corta ma dura e sicuramente fuori dal mio genere, 3.5 km di salita con 900 m+, quasi tutta lungo il sentiero sotto la funivia che dal Lago Maggiore porta alla vista panoramica appunto del Sass del Fer (poco meno di 3 km per la traccia su Strava).

È stata la mia prima gara dal ritiro della LUT di fine giugno (oltre alla StraMazzate di inizio luglio, meno di un km per 4’ di corsa, e il Tour du Mont Blanc in bici di metà luglio), dopo un periodo parecchio difficile e una graduale ripresa ad allenamenti strutturati. È stato anche il primo vertical dopo quasi un anno esatto dall’ultima volta, sempre qua. Avendo così a disposizione un confronto con i tempi e coi dati di Strava, ho potuto notare cose interessanti (oltre al fatto che la mia velocità su queste gare non si schioda neanche a cannonate). In realtà è la terza volta che faccio questa gara, anche se nel 2018 non caricavo gli allenamenti su Strava e la partenza era leggermente spostata, quindi forse più veloce di qualche decina di secondi.

Dunque, quest’anno ho impiegato 39’52”, mentre lo scorso anno 39’34”. Nel 2018 39’24”, in primavera, la settimana dopo la vittoria alla Maratona Alpina di Val della Torre. Sempre considerando che le prestazioni possono anche dipendere dal clima, dal terreno (quest’anno aveva piovuto la notte precedente, ma non si può certo dire che ci fosse terreno pesante, anzi, mi è parso ininfluente), la prima curiosità è che le sensazioni in gara sono state contrarie rispetto al tempo fatto. Nel 2018 ero probabilmente nel mio anno di forma migliore in assoluto, ma non avevo fatto una gran gara, partito troppo spavaldo, ero calato nella seconda parte, senza nemmeno spingere a tutta fino alla fine. Non ero abituato a usare i bastoni e avevo avuto l’impressione che mi fossero stati più d’impaccio che di aiuto.
 
(foto Francesco Berlucchi)

La partenza era forse qualche centinaio di metri più breve, ma a memoria forse mancava anche un drittone sul prato nell’ultima parte di corsa, che avrebbe compensato quella discrepanza (ma non ricordo bene, potrei sbagliarmi). In ogni caso, avevo la sensazione di aver fatto schifo.
Lo scorso anno non ero di certo nella mia forma migliore, venivo da un paio di gare che sfortunate è dir poco (e dal ritiro all’UTMB del mese prima), scarsa voglia di allenarmi, un paio di chili in più, ma partito più cauto mi ero trovato a non stare così male, spingendo nella seconda parte e finendo discretamente soddisfatto, visto il periodo.

Quest’anno la forma era sicuramente migliore dopo questi due mesi di allenamenti fatti bene. Peso tornato praticamente al mio standard e voglia di faticare e spingere. Proprio per questo motivo mi sono trovato però a partire troppo allegramente. Viste le buone gambe che sentivo, ho spinto abbastanza sin dalla partenza, cercando di non rimanere bloccato prima dell’imbocco del sentiero e della stretta parte con le scalinate della prima parte di gara. Mi sentivo bene, ma forse ho spinto decisamente troppo.

Osservando i dati di Strava, ho visto che nei primi 500 metri (quelli più facili) quest’anno ho impiegato 20” in meno dello scorso anno, e nel primo km (con salita già iniziata) addirittura un minuto meno, 7’04” contro 8’09”, che anche considerando eventuali piccoli errori da parte del GPS sarebbe comunque tantissimo. Mi trovavo infatti credo al 7° posto, attaccato al 6° e con un gruppetto dietro che mi pareva ben più lento. Dopo il primo terzo di salita, con le pendenze più dure dei vari scalini, ho passato chi mi era davanti, ma sono stato sorpassato a mia volta. Ho sentito presto che le gambe non mi permettevano di cambiare ritmo, così, credo poco dopo metà gara, il gruppetto dietro si è lentamente avvicinato per poi passarmi. Purtroppo, non essendoci tratti dove respirare, provare a rallentare leggermente e gestire il passo non ha aiutato in ogni caso. Pur non perdendo troppo, ho continuato a mantenere un’andatura insufficiente per ritornare sotto. Arrivato nel brevissimo tratto di respiro prima dell’ultimo sentiero, il più facile, non avevo ancora sufficiente tempo per riprendere velocità, così ho potuto solo mantenere la mia posizione, senza riuscire a recuperare qualche posizione.
Osservando sempre su Strava le differenze tra lo scorso anno e quest’anno, ho potuto notare come nei due segmenti della parte più dura, il sentiero sotto la funivia, ho perso 15” nella prima parte (su poco meno di 15’) e 39” nella seconda (su circa 12’). Nell’ultimissimo tratto non so, ma più o meno ho fatto un tempo simile.

(foto Mario Dambrosio)

Riassumendo, forma migliore, migliori sensazioni, ma tempo peggiore. Ma in una prova così conta non solo la forma, serve anche dosare bene le energie, nello stesso modo in cui serve per gare ultra. Se in una gara di 10 km dovessi partire 20” o 30” al km più veloce delle mie possibilità, nel finale perderò molto di più di quel tempo, perderei forse anche un paio di minuti. In un vertical succede la stessa cosa. Avendone corsi pochissimi e non essendo la specialità in cui riesco a rendere al meglio, ho sempre patito la gestione dello sforzo. Solo lo scorso anno nel VK1 da Courmayeur al Pavillon del venerdì sera ero andato bene, ma in quel caso i primi chilometri su pendenza tranquille mi avevano fatto partire con calma (oltre al fatto che la mancanza di quel tipo di sforzi dopo 2 anni senza salite di quel genere mi avevano suggerito una partenza cauta), carburando il mio motore diesel e affrontando la parte centrale in buona spinta.

Bisogna avere una forma buona e gestire bene le forze, e non farsi troppi problemi se il risultato è minore di altre volte in cui si era in una forma peggiore. Anche se alla fine quello è il mio livello, non c’è molto altro da fare. Come avevo detto nell’ultimo articolo? L’importante non è il risultato, ma il percorso fatto per arrivare fin lì. Quindi va bene così.

giovedì 5 maggio 2022

Come mi sono ripreso velocemente dall'infortunio e ho vinto la UROC

Sabato 9 aprile ho scritto su una story di Instagram che non avrei corso la UROC,  in programma il 30 aprile, a causa di un acciacco che non mi permetteva di farlo. Anzi, non riuscivo nemmeno a camminare senza dolore. Poi mi sono ripreso e ho corso la UROC. E l’ho pure vinta (ma c’era davvero poca concorrenza quest’anno, è stata una delle rarissime volte in cui sono rimasto in testa dall’inizio alla fine, anche se questo non sminuisce l’importanza che ha avuto per me, soprattutto per il morale). Ma non c’era nessuna esagerazione in quell’inizio aprile, ero davvero messo male.

Ecco quindi un riepilogo super ultra didascalico sull’acciacco e su come ho recuperato in pochissimo tempo da un infortunio che sembrava non passare.

Inizio febbraio. Corro sui sentieri un allenamento di recupero in cui mi fermo a fare piccole foto e video. Ad un certo punto ho una fitta improvvisa ai flessori della coscia, zona dove spesso ho avuto contratture e infiammazioni negli ultimi anni (l’ultima volta all’UTMB lo scorso anno subito dopo la partenza). Corricchiando lentamente riesco a tornare a casa. Il giorno dopo niente corsa, solo esercizi. Il giorno successivo mountain bike, e la domenica lungo trail senza più fastidio.
Poi tutto ok per oltre un mese.

17 marzo, ultimo allenamento in pista in vista della Behind the Rocks. Sono un po’ affaticato dalle ultime settimane, sento un leggero fastidio, ma corro bene, mi sento finalmente veloce dopo tanto tempo. Negli ultimissimi 10 metri dell’ultima variazione intensa sento ancora la fitta alla coscia posteriore. Riesco a tornare a casa corricchiando lentamente. Il giorno dopo, scioccamente, provo a correre, e pur se con leggero fastidio, sembra gestibile. Confido che possa passare il pochi giorni. Sabato 19 giro in mountain bike. Domenica 20 niente trail, faccio solo stairmill in palestra e qualche esercizio. Sembra ormai a posto. Lunedì provo una corsetta. Leggero fastidio, ma sembra sempre ok. Dopo 20’ il fastidio aumenta. Dopo 30’ sono completamente bloccato. Provo a tornare a casa ma mi è impossibile correre. A questo punto non riesco nemmeno a camminare senza dolore.

Il giorno dopo, martedì 22, riesco ad andare dal fisioterapista, ma non “quello bravo” che conosco, non ha posto, quindi mi vede uno dei suoi soci. Non che non sia bravo, ma mi massaggia solo la muscolatura, mi fa vedere degli esercizi da fare nei giorni successivi. Mercoledì brevissima pedalata, ancora con dolore. Giovedì viaggio verso Moab, quindi nessuna corsa, solo qualche camminata e pochissimi esercizi molto blandi una volta arrivato in hotel, anche perché ho le gambe gonfie dal viaggio e non è l’ideale. Venerdì, giorno prima della gara, faccio una breve corsetta di 10’ con gli atleti allenati per il progetto “My Road To Ultra”, più qualche foto in action. Va sicuramente meglio rispetto a lunedì, ma sento il fastidio lì lì pronto ad esplodere.

Sabato 26 alle 6 del mattino parte la gara. I primi chilometri sono corribili, sebbene su terreno morbido, ma non è l’ideale, fatico ad estendere la gamba. Infatti dopo pochi minuti arriva la prima fitta. Sono tutto bloccato, la mia corsa è praticamente un galoppo, tutta storta e senza poter spingere come vorrei. La gara è tosta, ma stringendo i denti riesco a finirla dopo 8h45’ al 7° posto.
Finisco zoppicando tremendamente, ma dopo recupero e claudico come può capitare dopo una qualsiasi ultra, niente di che.
Tra domenica e lunedì torno a casa.
Settimana di stop totale dalla corsa, cosa per me normale dopo un ultratrail di una certa distanza. Qualche blanda pedalata sullo spinning, qualche pedalata fuori, qualche camminata più lunga del solito coi cani, qualche esercizio, tanti massaggi alla coscia per sciogliere la contrattura. Mi sembra di aver recuperato a sufficienza.

Martedì 5 aprile provo a correre. Sento di aver qualcosina in profondità nella muscolatura, o forse è altro, non so, ma parto senza alcun fastidio. Corro bene i primi minuti. Dopo 7’ esatti, ecco una nuova contrattura, anche se più leggera. Provo ad andare avanti qualche decina di minuti provando a capirci qualcosa, ma anche se non peggiora come altre volte, di certo nemmeno migliora.
Per un paio di giorni ancora solo bici, esercizi e massaggi, e quando cammino coi cani provo a correre piano qualche metro per capire come va. Sembra gestibile. Venerdì sera (8 aprile) vado in palestra, faccio un circuitino con stairmill, esercizi, saltelli e qualche corsa. Il fastidio rimane, ma sembra ancora una volta gestibile.


Sabato 9 provo a correre. Mi dico che se riesco a correre mezzora intorno a casa, il giorno dopo provo sui sentieri, dove mi è possibile gestire meglio grazie al continuo cambio di passo e a qualche salita dove camminare. Parto, ma dopo 7’ nuova fitta forte come non mi era ancora capitato. Temo che dalla contrattura tutto possa essere peggiorato, magari fino ad uno stiramento.

Per due giorni zoppico a camminare. Riesco a trovare appuntamento dal fisioterapista per mercoledì 13. Ormai non penso più alla UROC, non ho corso bene per settimane, non credo che in un paio di settimane possa passare una cosa che si trascina da un mese e sembra essere peggiorata.

Lunedì 11, provando a massaggiarmi da solo la coscia e a capire meglio l’origine del dolore, mi rendo conto che ora si è spostato rispetto all’inizio. Trovo alcuni punti in profondità nei flessori dove mi sembra di avere come delle aderenze, o qualcosa di simile. Appena premo e massaggio in quei punti, sento immediato sollievo, tanto che anche a provare ad allungare la gamba, come per fare stretching, riesco a fare movimenti che non ero riuscito da settimane. Anche camminando coi cani sento che va incredibilmente meglio, riescoa ad allungare il passo senza più dolore. Intanto pedalo, non faccio grandi volumi, anzi, ma metto un po’ di intensità.

Mercoledì vado dal fisioterapista, quello molto bravo. Gli spiego il tutto, compreso che ora mi sento meglio. Lavora ancora su quei punti, ma soprattutto mi sistema l’articolazione dell’anca. È un problema che ho da quando giocavo a calcio a 20 anni e che probabilmente col tempo è peggiorato. Con esercizi e tonificazione riesco a gestirlo, ma più vado avanti (diciamo pure più invecchio) e più facilmente il problema peggiora e crea fastidi. Mi dà anche altri esercizi utili per mantenere stabile l’articolazione.
Mi sento finalmente libero da fastidi e dolori, ma aspetto ancora a correre sul serio, lo faccio solo per brevissimi tratti mentre cammino coi cani, e va davvero meglio.


Sabato 16 provo a correre intorno a casa. Riesco a correre 42’ senza alcun minimo problema. Ok, ci provo per la UROC. Domenica faccio 2h30’ trail, senza forzare, ma vedo che tutto va al meglio, nessun fastidio, e gambe meno peggio di quanto pensassi.

Ottimo. Alla UROC non vedo iscritti grandi nomi, posso affrontarla senza grosse ansie e aspettative, senza spremermi, ma sarebbe utile come avvicinamento alle gare clou dell’anno, LUT e Wasatch.
Da martedì 19 a domenica 24 faccio ottimi allenamenti, forse un po’ troppo così vicino alla gara (comprese 4 ore sui sentieri la domenica) e troppo improvvisi dopo settimane quasi senza corse, ma ci provo e sto bene (don’t try at home).

Prima della UROC torno dal fisioterapista per un ultimo check. Il giorno della gara (e i giorni prima) ho un leggero fastidio alla coscia, ma niente di grave. In gara riesco a correre bene tutto il tempo, devo solo evitare di saltare in malo modo sui tratti più tecnici, ma per il resto sto benone.


Infatti parto in testa insieme ad un altro ragazzo nei primi 7-8 km facili, poi vado avanti in un tratto più difficile, e faccio tutta la gara conducendo e vincendo abbastanza facilmente. Non grande forma fisica, ma nemmeno terribile. Muscolarmente sto molto meglio di quanto pensassi.

Posso tornare ad avere fiducia per l’estate.



giovedì 21 aprile 2022

La frequenza cardiaca durante intervalli di breve durata

Su intervalli ad alta intensità di durata breve mi capita spesso di sentire persone rimanere sorprese per la frequenza cardiaca che non fa in tempo a salire fino a quella che dovrebbe la zona di intensità di riferimento (ad esempio 30"/30", o 1'/1'). Così come poi, viceversa, la frequenza non fa in tempo a scendere sufficientemente durante il recupero ad intensità molto bassa. Ma è normalissimo, la frequenza cardiaca non fa in tempo a salire così rapidamente, ha bisogno di alcuni minuti per raggiungere certi numeri, e in variazioni della durata di decine di secondi, o nei primissimi minuti di variazioni più lunghe, il tempo è troppo breve.

Se l'allenamento è svolto bene ed è della giusta durata, la frequenza cardiaca si dovrebbe man mano avvicinare alla zona di intensità richiesta. Nel migliore dei casi potrebbe rimanere a quella intensità per un tempo persino maggiore di quanto farebbe durante una sola ripetizione a intensità massimale.

Quindi per regolarsi sugli allenamenti intervallati è bene seguire il ritmo (se si è su un percorso segnato, mentre il GPS è affidabile fino ad un certo punto, perché a volte ha un leggero ritardo nell’aggiustamento della velocità, ma è pur sempre qualcosa), oppure la sempre soggettiva percezione dello sforzo. Questa serve soprattutto se le variazioni si fanno su percorso collinare o in salita, ma vale anche in pianura.

Ricordarsi sempre che il cardiofrequenzimetro è utile, ma non deve condizionare l’allenamento e non deve coprire la capacità di gestirsi secondo le proprie sensazioni.


giovedì 14 aprile 2022

Quando la frequenza cardiaca sembra essere troppo alta o troppo bassa

(Foto Trailaghi)
Mi capita spesso di sentire atleti preoccupati perché un giorno la frequenza cardiaca era molto alta, oppure perché era molto bassa. Dico sempre di non preoccuparsi, provando a capire quale sia la causa, se una forma scarsa, una forma buona, o un ritmo più alto (o più alto) che si è tenuto rispetto all’obiettivo dell’allenamento.
La frequenza cardiaca in allenamento è sempre da valutare in base a diversi fattori. Spesso si sente qualcuno preoccupato perché la frequenza è troppo alta, ma non significa essere per forza fuori forma, anzi. Potrebbe significare che si ha una certa freschezza, forse troppa, oppure altro. Così come una frequenza che non si alza a ritmi intensi non significa per forza essere in forma, anzi, molto probabile che invece sia il contrario e ci sia stanchezza, soprattutto se la bassa frequenza è accompagnata da sensazioni pessime.
Inoltre ci sono fattori ambientali, come caldo o freddo, o una situazione di disidratazione o altre cause metaboliche, che possono incidere sulla frequenza cardiaca.
Non è il singolo allenamento a dover far suonare un eventuale campanello d’allarme, ma il trend su più allenamenti in un certo arco di tempo, magari corsi con condizioni simili ad altri in cui la frequenza era molto diversa.

Il cardiofrequenzimetro è uno strumento che può essere molto utile, ma che bisogna saper usare nel modo giusto e i cui dati vanno interpretati di volta in volta nel modo corretto, senza farsi prendere dall’ansia quando si vedono numeri contrastanti e senza farsi condizionare troppo. Saper ascoltare le proprie sensazioni rimane sempre il miglior metodo per impostare il proprio passo.

mercoledì 13 aprile 2022

Frequenza cardiaca di riserva e zone di intensità

Non tutti usano il cardiofrequenzimetro, anzi, ma può essere un buono strumento per regolare il proprio ritmo. L’importante è non farsene ossessionare, riuscire a imparare ad ascoltarsi e usarlo insieme alla percezione dello sforzo e nel modo corretto.

Le zone di intensità calcolate in modo automatico dagli orologi sono spesso sballate, molto poco precise. Calcolare le zona in base alla frequenza massima può essere indicativo, ma se fatto con criterio. Ad esempio il 50% della frequenza massima che alcuni dispositivi indicano come frequenza per ritmi lenti è eccessivamente basso, vorrebbe dire andare molto probabilmente sotto i 100 bpm, che si può raggiungere praticamente camminando. Con questo metodo anche gli altri limiti per le diverse intensità (lento, medio, soglia, VO2max) sono probabilmente poco corretti.

L’ideale per trovare la giusta frequenza per le diverse zone di intensità sarebbe fare un test sul campo, che sarebbe molto più preciso. Tuttavia rimarrebbero le zone prese da quel singolo test, che non significa siano corrette al 100% e possano rimanere sempre le stesse nel tempo, dipende dalla forma di quel giorno e dalla forma di ogni singolo giorno, quindi sarebbe ideale fare diversi test nel tempo (lo stesso principio dei famosi algoritmi, più dati si hanno, più sarà preciso il calcolo). Per esempio se si fa il test in un giorno in cui la forma non è buona, si finisce per sottostimare le varie andature. Inoltre un test fatto in laboratorio ha altri condizionamenti importanti, anche se di sicuro misurare i livelli di lattato e altri parametri tutti insieme durante lo sforzo si può fare solo lì.

Senza test, un buon modo per calcolare le diverse zone di intensità sarebbe quello di usare le zone in base alla frequenza cardiaca di riserva, ovvero la differenza tra frequenza cardiaca massima e frequenza cardiaca a riposo. Alcuni orologi hanno la possibilità di usare questa impostazione, nonostante poi siano spesso impostati invece rispetto alla sola frequenza cardiaca massima.

Come si calcola? [FC max − FC riposo) × % Intensità] + FC riposo

Ad esempio, prendiamo un soggetto con 190 come FC max e 40 di FC riposo. Quindi 190-40=150. Da quel 150 calcoliamo 80%. Quindi 120. Ora aggiungiamo di nuovo le 40 a riposo. Risultato 160. Quella sarà il limite inferiore della zona intorno alla soglia anaerobica. Il limite superiore sarebbe al 90%, che in questo caso corrisponderebbe a 175. La soglia anaerobica vera e propria dovrebbe quindi essere a 167-168 battiti al minuto, all’85% della frequenza cardiaca di riserva.
Se invece pensiamo ad un soggetto che a riposo avrà 60 battiti al minuto, ma sempre con 190 di FC max. 190-60= 130. L’80% di 130 è 104. 104+60=164 battiti al minuto. Il 90% è 177, con una soglia anaerobica teorica di 170-171. Con una frequenza cardiaca a riposo più alta, sarà più alta anche la frequenza della soglia anaerobica, anche se di poco.
Oppure pensiamo a un altro soggetto che ha sempre 130 come differenza tra FC max (170) e FC riposo (40). 170-40=130, come l’esempio di prima. L’80% di 130 è sempre 104, ovviamente. Se a 104 aggiungiamo 40, ovvero la frequenza a riposo di questo esempio, il risultato sarebbe 144, ben più bassa dell’esempio di sopra. Il limite superiore della zona intorno alla soglia anaerobica, il 90% della frequenza cardiaca di riserva, sarebbe a 157 battiti, con una soglia anaerobica teorica intorno a 150-151.
Si nota come il numero sia sì più influenzato dalla frequenza massima, ma la frequenza a riposo ha comunque una certa importanza in una maggiore precisione del calcolo.

Piccola precisazione. È molto impreciso calcolare la propria frequenza massima col semplice calcolo 220-età, come alcuni fanno. Può funzionare nella media totale tra gli esseri umani, ma non singolarmente, visto che ci sono variabilità enormi. A 40 anni potrei avere 180 come frequenza massima, è molto probabile rispetto ad altri numeri, ma potrei tranquillamente averla anche a 160, o a 200. Per calcolare la frequenza massima bisognerebbe fare uno sforzo massimale di 6’-8’, dove il cuore fa in tempo ad arrivare alla sua frequenza massima.

Quindi quali sarebbero le diverse zone di intensità? Quale sarebbe la frequenza cardiaca di riserva per ogni zona?
Zona 1 (recupero, riscaldamento, defaticamento): <60% FC riserva
Zona 2 (lento aerobico): 60-70% FC riserva
Zona 3 (medio): 70-80% FC riserva
Zona 4 (soglia anerobica): 80-90% FC riserva
Zona 5 (velocità massima aerobica): >90%

Presto in altri articoli spiegherò alcuni accorgimenti per usare al meglio il cardiofrequenzimetro, senza farsi ingannare da veloci e imprecise interpretazioni.

mercoledì 30 marzo 2022

La mia Behind the Rocks 50 miles

Correre nel deserto è sempre qualcosa di particolare, quasi ancestrale. Ma non ho troppa voglia di dilungarmi in concetti intellettualoidi, taglio questa parte, parlo solo della mia gara, di cosa è andato e cosa no.

L’obiettivo principale era essere a Moab, Utah, per seguire gli atleti americani che ho allenato per 4 mesi per il progetto My Road To Ultra, creato e sviluppato insieme a Vibram, ma vista l’occasione avevo pensato di partecipare alla 50 miglia della Behind the Rocks. Degli atleti, di come si sono allenati e di come hanno corso ne scriverò in un altro articolo.

Dunque, per me era l’occasione per vedere se il nuovo approccio nel mio allenamento stava funzionando, oltre che correre in posti incredibili, ovvio. Non sarei arrivato alla partenza al top della forma, gli appuntamenti clou per me saranno più avanti, stavo però sicuramente meglio rispetto ai mesi precedenti, ero sempre più fiducioso, convinto che fosse tutto a posto, ma proprio nel momento del tapering (o scarico pre gara, per chi non ama gli inglesismi) mi è venuta una delle mie solite contratture ai flessori della coscia. Anche stavolta in modo quasi incomprensibile. Di sicuro ho il bacino che mi dà parecchi problemi da sempre, per cui a rotazione mi vengono contratture ai flessori della coscia, infiammazioni ai flessori dell’anca, pubalgia, oppure sciatalgia o lombalgia. E più invecchio, più facilmente mi vengono, sto notando, chissà perché. Sono di base tutto storto, ed è sempre difficile trovare il giusto equilibrio per non avere nulla, o al massimo qualcosa però facilmente gestibile. Ma tra questo qualcosa, di sicuro contratture/infiammazioni/o-quel-diavolo-che-sono ai flessori della coscia sono le cose più fastidiose e limitanti.

Insomma, alla partenza di sabato non ero per niente a posto, avevo ancora fastidio, anche se andava sicuramente meglio rispetto a lunedì, quando avevo dovuto interrompere la corsa dal dolore. Fisioterapia, esercizi e riposo dalla corsa avevano fatto migliorare, ma non sufficientemente. Partire o non partire era un bel dilemma. Non volevo però lasciarmi sfuggire l’occasione di vedere quei posti incredibili che avevo sognato per tutto l’inverno.

I primi chilometri piuttosto corribili non erano il massimo per il dolore, anzi. Il problema maggiore era l’impossibilità di portare avanti la gamba destra, quella infortunata. La lunghezza del mio passo era praticamente dimezzata, era più un galoppo che una corsa. Il gruppetto dei migliori andava ad un ritmo che avrei potuto tenere tranquillamente in condizioni normali, erano appena davanti a me, ma non potevo spingere. E quella corsa stramba, caricando tutto con la gamba sinistra e spingendo con il polpaccio destro, era pure molto dispendiosa. Quando dopo una decina di chilometri è iniziata una parte più tecnica, in cui il passo sul sentiero era continuamente modificato, ho recuperato molte posizioni, pur dovendo sempre andare molto più lento di quanto avrei potuto e voluto, andando in discesa caricando con la gamba sinistra, o saltando con entrambe le gambe, senza poter essere agile come su certi tratti potrei essere. Dopo 55 km ero addirittura a un paio di minuti dal podio, nonostante la mia lentezza.

Qua è iniziato il tratto più caldo della gara, vicino ai 30° C, sullo stesso sentiero in senso inverso rispetto alla partenza, che dopo il freddo inverno in Maryland non era il massimo, anche se essendo un caldo secco non mi ha infastidito più di tanto. Se sul tecnico continuavo a difendermi, su tratti più semplici, in salita, faticavo molto. Anche su pendenze facili non riuscivo più a correre, sia a causa del dolore, rimasto più o meno immutato (anzi, dopo circa 2 ore, a causa di una quasi caduta, avevo patito per decine di minuti, mentre dopo, forse grazie al caldo, ad alcune salite dove poter camminare, e magari alle endorfine, non ci facevo più molto caso), sia per via dei crampi, dovuti al caldo e alla mia corsa zoppicante. A livello energetico stavo bene, mai avuto un calo di forze o momenti di crisi. In ogni caso non aveva più senso per me spingere per sfinirmi, tanto un piazzamento importante era ormai irraggiungibile.

L’obiettivo era solo finire senza peggiorare la situazione. Tanto che ad un paio di km dalla fine mi ha passato un ragazzo che correva con grande freschezza, ed un altro a mezzo km dal traguardo mentre camminavo zoppicante sull’ultima facile salitella, concludendo al 7° posto in 8h43’, con un ritardo di “solo” un’ora dal primo, che per come ho corso, mi dà un discreto rimpianto. Ma tant’è, di rimpianti potremmo riempirci gli oceani, quindi mi prendo il buono di quest’esperienza.

Di solito sto lontano da certa retorica, tipo la “pain cave” o cose simili, ma ammetto che stavolta ci sono stato per ben immerso in quella cavolo di caverna del dolore. Di sicuro ora il mio bacino è ancora più storto di prima, ma spero di non aver peggiorato le cose con la mia coscia e di poter riprendere dopo una settimana di riposo.

E comunque, che gara, che posti, che esperienza. Tutto ben aldilà della mia prestazione. Ma le cose più belle di solito le tengo per me.

mercoledì 16 febbraio 2022

La mia Mid-Maryland 50k. Si rivede la luce

Sabato 12 ho corso la prima gara dell’anno, la Mid-Maryland 50k, ormai un classico, essendo la mia quarta partecipazione. Non ci sono molte gare nei dintorni, è molto comoda, sempre in un buon periodo, divertente (nonostante i giri da ripetere, o forse proprio grazie a quello), quindi mi piace tornarci. Purtroppo, pur essendo ufficialmente sempre di 50 km, in realtà il percorso è ogni volta leggermente diverso.

Allora, partiamo da quest’anno. Risultato finale, 2° posto, in 3h43’10” (per un problema col chip risulto 20” più lento, quisquiglie), ad un solo minuto dal vincitore Patrick Blair. Ho conosciuto Patrick nel 2020 alla Patapsco 50k, dove avevo vinto staccandolo ad un paio di km dalla fine, dopo una prima parte di gara insieme e dopo che lui aveva guadagnato un paio di minuti verso metà gara. Su questi percorsi è più o meno al mio livello, i suoi tempi su strada sono paragonabili ai miei, quindi è sempre un bel riferimento. Questa volta è partito decisamente forte, dopo pochi km aveva già un minuto di vantaggio, che poi è aumentato più lentamente, fino a diventare 3’ verso metà gara. Nel finale ho recuperato, ma non abbastanza. Ok, questo dal punto di vista del risultato. Poi il resto.

La gara è fatta da un percorso di poco più di 8 km da fare 6 volte. Sul GPS mi è risultato 48.3, ad altri è risultato sui 49, o anche più. No, non ho tagliato. Anche lo scorso anno era un percorso da ripetere 6 volte, ma leggermente diverso nei primi 2 km, un poco più corto e con un leggero dislivello in meno, mentre quest’anno alcuni sentieri nuovi erano un po’ più scorrevoli. Anche il meteo quest’anno era molto meglio, tra i 10° e 15°, la giornata più calda da novembre a questa parte, dopo un inverno decisamente freddo (il giorno dopo ha nevicato, comunque), mentre lo scorso anno si era molto sottozero. Guardando su Strava, nel 2021 il percorso mi risultava di 48 km netti, con 50 metri di dislivello in più, 777 contro 725 (ma il dislivello col mio Garmin su salite così corte e brevi può avere un certo margine di errore). Tempo dello scorso anno, dove feci una pessima gara, con gambe dure e finale super affaticato, 3h54’. Media velocità 2021: 4’50”/km. Media 2022: 4’37:/km. Al netto di sempre possibili margini di errore del GPS, anche le mie sensazioni confermano di essere andato meglio. Provando a guardare i parziali e l’unico segmento di Strava presente sul percorso (un breve single track di alcune centinaia di metri, circa 3’ di durata), quest’anno sono stato sempre più veloce. Lo scorso anno ero forse troppo stanco dai tanti chilometri fatti nei 2 mesi precedenti, mentre ora ho rivisto un po’ i miei piani, mi alleno meno, ma in modo più redditizio. Almeno spero.


La gara era sui 5 giri nel 2018 e nel 2020 (vinto in entrambe le occasioni). Pur essendo anche allora circa 48 km (ma vado a memoria, perché non ho le tracce registrate da nessuna parte), era più scorrevole. Avevo corso in 3h31’ e 3h37’. Certo, forse ero anche più in forma (tra poco ci arrivo), ma era appunto più veloce il percorso, pur sulla stessa distanza. Quel km circa in più ogni giro era quasi interamente su dei prati, tipo corsa campestre. Anche il dislivello totale era quindi forse leggermente meno, forse anche un centinaio di metri, il che può significare un paio di minuti. E poi una parte quest’anno piuttosto fangosa, lunga poco meno di un minuto, ma che ingolfava per bene le gambe, era molto meno difficile gli scorsi anni. Quindi mi sento quasi di poter dire che il 3h43’ possa valere quanto il 3h37’ di 2 anni fa. Ma nel 2018? Quell’anno volavo. Spesso penso che in quella gara ho avuto la miglior forma in assoluto della mia vita. Peccato non ci fosse un riferimento a poterlo constatare, ma quando ripenso a quel giorno, a come spingevo su ogni singolo strappetto, a come feci ogni giro come un metronomo, a come feci il mio personale sulla mezza il mese precedente e feci altre belle gare poi al rientro in Italia, sono sempre convinto di avere avuto una delle mie migliori giornate, sportivamente parlando, nel periodo di forma migliore.

E poi il resto, che fin qua sono stato troppo tecnico e noioso. Lo scorso anno era stata la prima vera gara “normale” dall’arrivo della pandemia, era stato un successo anche solo per quello. Quest’anno forse lo è stato ancora di più, record di iscritti e una vera festa per tutti. Per me, dopo mesi di sfighe e di forma fisica pessima è stato un modo per riprendere bene, fiducioso di essere sulla strada giusta.

martedì 18 gennaio 2022

Tutta una questione di soldi? Differenze di prezzi pettorali UTMB-TOR vs US Trail Races

Tra le critiche che si rivolgono contro l’UTMB c’è il costo del pettorale, che si è gonfiato sempre di più ogni anno. Aggiungiamoci le lamentele del mancato rimborso del 2020. Critiche che vengono fatte anche al Tor des Geants. Critiche anche condivisibili, soprattutto vedendo la lievitazione dei costi rispetto a qualche anno fa.

Ora, io sono stato abbastanza critico nei confronti dell’UTMB verso la nuova formula e l’UTMB World Series, così come non sono mai stato un amante del Tor. E lungi da me fare l’avvocato del diavolo. È vero che i costi sono già alti anche senza considerare il pettorale, considerando viaggi, pernottamenti e spese varie. Non voglio nemmeno fare le pulci sul come vengono investiti quei soldi, se solo per arricchirsi o per dare un prodotto sempre migliore (o entrambe le cose, forse l’opzione più probabile). Voglio però spostare il discorso su un altro piano di ragionamento, soprattutto quando viene messo in mezzo il trail running negli Stati Uniti, dove “si prendono meno sul serio”, dove “le gare sono più a misura d’uomo”, dove si corre “senza tante menate”.

Ultima premessa, anche i costi delle gare americane hanno un perché, spesso per la manutenzione dei sentieri, per devolvere i fondi ai parchi coinvolti, per rientrare nelle spese da dividere spesso per un numero di partecipanti ridotto, ecc…

Dunque.
UTMB (170 km): 305 €
CCC (100 km): 189 €
TDS (145 km): 229 €
OCC (55 km): 115 €
Tor des Geants TOR330: 900 € (600 € per gli iscritti del 2020)
TOR450: 1110 € (800 € per gli iscritti del 2020)

E poi le americane, in dollari (per fare la conversione, al momento 100 $ equivalgono a circa 87 €, quindi 200 $ sono circa 175 €, 400 $ circa 350 € - arrotondando).
Western States (160 km): 410 $
Leadville (160 km): 375 $
Wasatch (160 km): 300 $
UROC (100 km): 210-230 $
Canyons (100 km, UTMB World Series): 275 $
Black Canyons (100 km): 295 $
JFK (50 miglia – 80 km): da 200 a 300 $ a seconda del periodo
Bandera (100 km): 190 $ (mi pare può variare anch’essa a seconda del periodo, ma quando mi ero iscritto avevo pagato quel prezzo)

E così via, più o meno con costi non troppo distanti. Anche in gare locali di 50 km è davvero facile trovare gare che vanno tra gli 80 e i 100 $. Persino le gare su strada non sono male. Ho provato a dare un’occhiata a mezze maratone o maratona non troppo lontane da Baltimore, i prezzi anche solo per i 21 km difficilmente vanno sotto i 50 $. Ho partecipato solo ad una 10 km lo scorso 4 luglio, 40 $.
In genere non ci sono rimborsi, tutto dichiarato già nei regolamenti, nemmeno con la pandemia ci sono state eccezioni, se non rarissimi casi, o con la possibilità di spostare l’iscrizione agli anni successivi. Non so il dettaglio per ogni gara, ma so di aver perso tutti i soldi dell’iscrizione alla Bandera a cui non ho partecipato, come quelli della Beaverhead 100 k in Idaho (altri 200 $ e passa, non ricordo di preciso e non voglio ricordare).

Le gare della Triple Crown of 200s, ovvero le ultra più simili al Tor des Geants, la Tahoe 200, Bigfoot 200, Moab 240 (i numeri stanno per le miglia, per la conversione in chilometri, moltiplicate per 1,6): 1495 $. Ognuna.

Il tutto considerando – certo – che reddito pro capite e costo della vita sono diversi, più alti negli Stati Uniti rispetto a Francia e Italia, però si può anche pensare che le gare americane citate, pur con distanze simili a quelle europee, sono anche generalmente più brevi come durata (per via dei percorsi più veloci), sono difficili da raggiungere, tra voli e viaggi in auto, e non ci sono gli stessi servizi e standard di soccorso europei. Ci sono servizi diversi non presenti (o scarsi) in Europa, come i pacer (non sempre), o le drop bag che vengono trasportate sul percorso (ma il Tor lo fa, ad esempio). Le differenze sono tante, ma spesso sovrapponibili. Ci sono pro e contro da entrambe le parti.

Tutto questa pappardella per dire che forse quelli che noi a volte vediamo come cattivoni non sono così cattivoni, e quelli che vediamo come superfighi non sono così superfighi. Che nel costo delle gare ci sono cose di cui non conosciamo un’acca, che il prezzo lo fa anche e forse soprattutto il mercato e lo fanno le dinamiche economiche (di cui sempre non conosciamo un’acca).

Niente, tutto qua. Il discorso potrebbe essere lunghissimo ancora, senza arrivare nemmeno ad una conclusione. Tutto questo solo per ricordare un’ultima volta che quando ci lamentiamo di qualcosa o esaltiamo qualcos’altro, assicuriamoci di sapere come stanno bene le cose. Certo, in questo ragionamento può rientrare la mia lamentela sulla struttura dell’UTMB World Series e i nuovi metodi di iscrizione, di cui io sicuramente non so tutte le dinamiche, ma è una lamentela in cui non inserisco il lato economico, che probabilmente c’è, ma non penso sia il problema principale della questione.

venerdì 14 gennaio 2022

Alcuni dei tanti motivi per cui sono critico con le novità dell'UTMB

Quando quest’anno sono stato critico nei confronti dei nuovi criteri di partecipazione all’UTMB (e non tanto nella creazione del circuito e della “finale” all’UTMB, allo stesso modo di Kona e Ironman – in realtà sì, ho criticato un po’ anche quello, ma è la parte meno importante del mio cattivo giudizio, e anzi, col tempo ho pensato che non c’è nulla di scandaloso in questo). Il motivo era principalmente perché vedevo quello che accade con la lottery per la Western States, temendo che possa accadere lo stesso anche per le gare di Chamonix. Ovvero? Che gli elite mondiali possono fare le gare direttamente qualificanti, piazzarsi, e guadagnarsi il diritti alla gara finale di Chamonix. Pura meritocrazia, e fin qua tutto ok, tutto giusto. Ci sono poi il resto delle persone che si possono guadagnare le “stones” per poi partecipare al sorteggio, stones che si possono accumulare col numero di gare a cui si partecipa, se ho capito bene (quindi chi può permettersi di iscriversi e viaggiare in giro per il mondo guadagna più possibilità). E qua già inizia a scricchiolare, e non poco. Certo, gli aspiranti partecipanti aumentano continuamente, rendere sempre più selettiva la possibilità (attraverso i punti delle gare qualificanti) di tentare la sorte ha funzionato fino ad un certo punto a limitarne il numero. Però almeno finora non importava il numero di gare fatte, visto che era sufficiente averne completate due, mentre ora, se puoi partecipare a 10 gare, hai più possibilità rispetto a chi può permettersene una. Molto poco meritocratica e molto selettiva daelle proprie capacità economiche.

E poi chi altro è penalizzato dal nuovo metodo? Gli outsider, gli underdog, quelli non abbastanza forti da essere elite, ma che possono piazzarsi bene e che magari in giornate particolarmente buone e situazioni fortunate possono anche inserire il garone. Io mi permetto di inserirmi qua. Io non sono elite, non scherziamo. I più forti al mondo mi danno ore, sono più veloci, più resistenti, più tutto. Attraverso il nuovo metodo di partecipazione, insomma, dovrei fare come i partecipanti “comuni” (brutto termine, lo so, non me ne sta venendo in mente uno migliore). Per carità, non sono nessuno, andrebbe anche bene così, se non fosse sbagliato (secondo me) e discriminante di base questo sistema per tutti i non-elite. E finirà che uno come me (non necessariamente io, ma qualsiasi trailrunner di buon livello, ma non abbastanza da piazzarsi nelle gare dell’UTMB World Series che danno accesso diretto a chi arriva nelle prime posizioni) potrebbe aspettare anni. Più o meno come accade alla Western States, o pure peggio.

Ecco, dopo un mio post (o commento) quando a maggio uscì la notizia, qualcuno mi disse che – appunto – questo metodo di iscrizione avviene anche alla Western Staes: risposi che la base è diversa. Intanto, alla Western States il numero di partecipanti è notevolmente ridotto, a causa delle restrizioni di accesso al parco. Questo metodo è nato nel tempo con l’aumentare delle domande di iscrizione. Però alla Western States le possibilità di venire estratti per i non elite (che possono qualificarsi direttamente con poche gare – finora era 3 o 4 ogni anno, ma dallo scorso autunno sono invece aumentate, con l’inserimento di gare internazionali, proprio per avere più partecipanti stranieri di alto livello) aumenta a seconda dei tentativi effettuati, non dal conto in banca che permette la raccolta di più gare, e quindi più biglietti per la lotteria.

E per quanto questo metodo della Western States sia davvero super democratico, è frustrante, molto frustrante. Io quest’anno avevo 32 biglietti, dati dal mio sesto tentativo. I biglietti si raddoppiano ogni anno. Nel 2015 era 1, poi 2, 4, e così via. Essendo saltata l’edizione del 2020, ho saltato forzatamente un anno. Insomma, senza pandemia, i 32 biglietti li avrei avuti per la lotteria dello scorso anno (che invece non è stata fatta), e 64 quest’anno. Sicuramente, col senno di poi, ho sbagliato a non tentare anche negli anni precedenti, quando avevo già la possibilità per delle gare qualificanti fatte. All’Hardrock, che ha lo stesso sitema, ma ancora più democratico (nessuna gara qualificante attraverso piazzamenti ai primi, solo molti più vantaggi per i “veterani”, ovvero chi ha già partecipato – in sostanza, ha più possibilità di venire estratto chi ha già concluso la gara, anziché chi non l’ha mai fatto… sì, in effetti non molto democratico nemmeno questo) avevo già provato dal 2014, ma qua le edizioni saltate sono state 2 (anche nel 2019 non si era corso, a causa della troppa neve), e quest’anno non avevo gare qualificanti.

Insomma, tutto sto pippone per dire cosa? Che una cosa sarebbe stata partecipare alla Western States quando avevo 34 o 35 anni, una cosa 2 o 3 anni fa, quando avevo forse la mia forma migliore, un’altra sarà quando (e se mai) verrò estratto a oltre 40 anni. Certo, la correrei anche se mi estraessero a 50 anni, ma ovvio che non sarebbe più per un risultato. Anzi, ormai correre per il risultato direi che è una cosa che sto convincendomi di escludere tra le motivazioni per qualsiasi gara. E qualsiasi possibile outsider che nei prossimi anni vorrà correre l’UTMB (dove outsiders avrebbero sempre maggiori possibilità di inserirsi nelle migliori posizioni rispetto ad altre gare sulla stessa distanza, a causa della particolarità dell’evento e del percorso) si potrebbe trovare a dover aspettare anni, passando magari il periodo migliore, perdendo occasioni irripetibili.

Ma forse sono io che mi lamento troppo.

martedì 30 novembre 2021

Allenarsi rimanendo liberi

Senza voler sfruttare una parola che nei tempi sta venendo sempre più violentata, mi sento di voler dire che il trail è libertà. O meglio, è anche libertà, di correre senza ansie cronometriche, camminando se necessario, fermandosi a godere dei panorami e della natura, andando con gli amici in giro per monti o boschi per ore, eccetera.

Ma quindi come ci si può allenare seguendo un piano un minimo strutturato e allo stesso tempo avere libertà di fare quello che si vuole e che ci si sente di fare sui sentieri? Bè, come allenatore il mio compito non è quello di dare tabelle da seguire in modo rigido e senza sgarrare. Forse c'è anche chi lo fa, e probabilmente funziona pure, ma io preferisco un altro approccio. Di certo c'è chi segue gli allenamenti proposti in modo maniacale, ma lascio sempre la possibilità di divertirsi con gli amici o di sforare nei tempi, oppure di fare di meno se quel giorno le cose non vanno al meglio e gli impegni prendono il sopravvento, evento più che normale per chiunque non sia un professionista.

In fondo trovo che un bravo allenatore non sia tanto (o solo) quello capace di fare i test in laboratorio e dare la “tabella perfetta" (che comunque non esiste), ma quello che sa adattare il programma di volta in volta, lasciando un certo grado di libertà all'atleta (bè, entro certi limiti). Come scrivere non è solo “scrivere” ma “ri-scrivere”, allenare non è solo programmare, ma ri-programmare.



martedì 23 novembre 2021

La mia JFK 50 mile - seconda parte, la gara

Lo scorso anno la JFK era stata l’unica gara importante ad essere corsa in tutto l’intero anno, quindi si erano presentati tanti tra i top runners americani. Quest’anno sembrava la concorrenza sembrava minore… ma sembrava, esatto, perché in realtà visti i tempi alla fine…

Nelle prime centinaia di metri mi sentivo super agile, andavo “facile”, ma forse fin troppo, nonostante il freddo (- 1° C alla partenza, o forse anche qualcosa meno). Di sicuro sentivo la scioltezza dovuta al molto riposo degli ultimi giorni, che in fondo può non essere un male nemmeno in futuro, visto che io tendo sempre a fare non poco fino a ridosso della gara. Nei primi 4 km in leggera salita su asfalto ho preso comunque un passo buono, ma senza forzare. Guardando poi su Strava, ho visto che nei primi 4 km quest’anno sono andato 40” più veloce dello scorso anno. Credo che aver usato la cintura della Instinct al posto dello zainetto minimal possa avermi aiutato parecchio a correre in modo più economico. In questi primi km ho potuto vedere e salutare Paul Jacobs, ragazzo con cui l’anno scorso avevo lottato per tutto il tempo all’Hashawha Hills 50k, proprio nei giorni dei primi lockdown in Italia, l’ultima gara americana pre pandemia. E così fino a più o meno al 9° km, dopo una ripida salita su asfalto, la più dura della gara, quando inizia la parte più interessante dell’Appalachian Trail. Ero in coda ad un gruppetto che viaggiava per il 15° posto, in linea con le mie previsioni. Controllando poi sempre su Strava, ho notato che ero circa 1’30” più veloce rispetto al 2020.

Qua lo scorso anno sbagliai sentiero, ma stavolta hanno “fettucciato” chiudendo la variante che avevo preso io. Essendo molto più a mio agio sui sentieri rispetto agli altri del gruppetto, ho guadagnato posizioni, lasciando davanti solo un ragazzo durante una discesa abbastanza semplice, pensando che presto ci sarebbe stata occasione per passarlo e proseguire del mio passo. Però ecco che ad un certo punto davanti vediamo 3 ragazzi tornare indietro, tra cui Anthony Kunkel, biondino del Colorado, che era partito in testa e che qua ha già corso altre 5 volte (quindi non si può dire che non conoscesse le insidie del percorso). Ritrovati più o meno in una decina a guardarci intorno e a discutere se fosse il percorso giusto o meno, siamo risaliti tornando indietro tra imprecazioni di ogni genere (ci ho dato dentro pure io, che nonostante le mie scarse capacità linguistiche inglesi, con le parolacce me la cavo bene). Risaliti e trovato il sentiero giusto, riprendiamo. Dai dati di Strava dovrei aver perso circa 4 minuti.

La rabbia (agonistica) mi ha portato a spingere per recuperare, soprattutto sulle parti più tecniche, dove andavo letteralmente al doppio degli altri che passavo, decine di atleti che nel frattempo ci avevano sorpassato. Ho lasciato indietro tutti i compagni di errore (compreso Kunkel, che mi ha raggiunto e passato solo quando il sentiero è tornato più facile), però spendendo un po’ troppo. Anche provando a respirare e recuperare nei tratti più semplici, ormai avevo consumato non poche energie. Rimonto ancora, sorpassando le prime 3 donne, fino a che non trovo più nessuno da raggiungere, troppo lontani davanti a me. Arrivo al ristoro di Weverton - al termine dell’Appalachian Trail, verso il 28° km circa – intorno al 17° posto. Mi fa assistenza Eleonora, la quale ha potuto notare come tutti i primi in classifica si siano cambiati le scarpe, indossando modelli velocissimi da strada per quello che ci aspetta nel resto della gara.

Parto per questa lunga maratona sul canale con le gambe che tutto sommato stanno bene, e confido di poter recuperare. Mi piazzo sui 4’30”/km, non volendo forzare e sperando di poter aumentare più avanti, ma mi passarmi subito 3 o 4 atleti. Dopo pochi km, mi passa anche la prima donna. Nel frattempo il gps non prende più, mi dà dei ritmi folli, quindi non posso nemmeno più gestire la velocità in modo preciso, ma devo andare solo in base alle mie sensazioni. Tutto va benino fino a metà circa del canale, poi inizio a sentire la fatica, rallentando un poco. E continuano a passarmi atleti. Mi passa anche Jacobs con una corsa davvero agile ed efficace, che proseguirà la sua rimonta fino ad arrivare 10° in 6h11’, il tempo che sognavo io, più o meno. Anche lui era nel gruppetto che aveva sbagliato strada, ma se l’era presa con calma, arrivando a Weverton 5’ dopo di me. Devo capire ancora tanto di questa gara, evidentemente. Mi passano altre donne, vanno con una costanza e un passo davvero notevoli. Io invece arranco. Non ho grosse crisi energetiche o altri problemi, semplicemente non sono abbastanza allenato per correre tanto a lungo, specialmente dopo le prime due ore tra salite e sentieri, così si stanno infiammando tutti i flessori dell’anca, alzare le gambe è sempre più difficile e la corsa è sempre meno efficace. Non vado in crisi, solo che non posso andare più veloce.

Finito l’interminabile canale, si arriva all’asfalto, dove uno strappo breve ma ripido porta all’inizio del tratto finale che in confronto è per me una passeggiata, grazie a qualche saliscendi che permette di modificare un po’ il passo e in qualche modo recuperare. Nonostante i dolori, la fatica e le salitelle, non vado molto oltre i 5’/km. Non sono lentissimo, eppure continuano a passarmi atleti. Solo pochi sono “esplosi” di quelli che mi erano davanti.

Nell’ultimo chilometro vorrei andare tranquillo, nonostante davanti abbia un ragazzo che sta rallentando, ormai l’importante è finirla, una posizione in più o in meno non mi cambia molto. Proprio ad un centinaio di metri dall’arrivo, un ragazzino di 20 anni (uno dei pochi in crisi che avevo passato pochi chilometri prima) trova energie nascoste per lanciare uno sprint e sorpassarmi. Inizialmente non mi interessa, poi però mi scatta la voglia di non mollare e sprintare, ma ormai è tardi, perdo da lui e per una manciata di secondi non raggiungiamo nemmeno il ragazzo davanti. Finisco 24° assoluto in 6h38’50”, 21° uomo, con davanti a meno di un minuto altri 4 atleti.



- fine seconda parte -

lunedì 22 novembre 2021

La mia JFK 50 mile - prima parte, la (breve) preparazione

La JFK 50 mile era tra i miei obiettivi principali dell’anno, ancora di più dopo la delusione dello scorso anno, quando sbagliai strada dopo pochi km, perdendo svariati minuti e fermandomi al primo ristoro, travolto da uno sconforto generale.

Conoscendo la difficoltà e la particolarità della gara avevo in mente di dedicare due mesi pieni di allenamento mirato, essendo un percorso più da centochilometristi che da trailrunner. Infatti, dopo i primi 25 km con un po’ di dislivello e su sentieri non facili dell’Appalachian Trail, ci sono 42 km esatti totalmente piatti lungo la stradina che costeggia il Potomac River, e infine altri 13 circa di leggeri saliscendi su asfalto. Io che non ho mai corso un’ultramaratona su strada o pianeggiante (se non una 50 km nel luglio dello scorso anno, la prima gara post lockdown), avrei avuto bisogno di tempo per prepararla. Peccato che dopo l’UTMB un settembre non poco complicato prima, con forze scarse, sia fisiche che mentali, e l’essere stato costretto a rimanere in Italia fino a inizio novembre poi, abbiano sconvolto l’idea che avevo sul modo di prepararmi. Ho potuto approfittarne per correre la Vibram UTLO 100, finita in condizioni decenti nonostante la pessima forma, ma di certo non l’ideale prima della JFK.

Infatti, dopo la gara di Omegna, mi sono dovuto prendere un'altra settimana di recupero generale, per poi avere un solo mese di tempo per prepararmi alla gara in Maryland. La prima delle 4 settimane era dedicata ad una ripresa graduale della corsa in pianura, senza esagerare. Alla fine, del mese di tempo avuto, solo nella seconda settimana sono riuscito a fare un buon volume totale, sui 150 km, compreso un lungo di 48 km tra i laghi di Varese e Comabbio, corso bene dopo le ripetute in salita del giorno precedente. La gara più simile alla JFK che ho corso in vita mia si può dire che sia stato l’Ecotrail di Parigi del 2019: anche in quel caso feci il giro dei laghi come allenamento due settimane esatte prima, e posso dire di averlo finito in condizioni migliori questa volta.

Poi però dovevo tornare negli Stati Uniti, e tra la preparazione e il nervosismo pre partenza e il viaggio, per 3 giorni ho fatto praticamente niente, e anche nei successivi giorni fisicamente ero a terra, tra jet-leg e stanchezza generale. Solo negli ultimi 3 giorni prima della gara mi sono sentito di nuovo in condizioni quantomeno decenti.

E poi la gara…

(fine prima parte)

venerdì 22 ottobre 2021

Piccolo elogio a Ludovic Pommeret

Foto ©Géraldine Blandin

Non mi espongo quasi mai su un singolo atleta, ma lasciatemi un attimo parlare di Ludovic Pommeret. E lasciatemi essere schietto: a differenza di molti italiani, non provo particolare antipatia per i francesi, anzi, credo che sotto tantissimi aspetti siano stati decisamente avanti rispetto a noi vicini di casa (parlando di eventi endurance, sono loro ad aver inventato Tour de France, Paris-Dakar, UTMB, Marathons de Sables e un sacco di altri eventi simili), infatti mi chiedo se l’antipatia che proviamo non sia una forma di invidia… ma non voglio parlare di questo, sto già divagando.

Bé, ho potuto conoscere Ludovic, anche se senza parlarci per più di due frasi, data la riservatezza di entrambi, dopo la Diagonale des Fous del 2014, quando arrivai 7°, mentre lui arrivò 2°, più qualche veloce saluto in poche altre occasioni. Sicuramente è meno personaggio di altri, probabilmente è meno “dominatore” rispetto a plurivittoriosi da gare importanti (penso a D’Haene, ma ancora di più a Thevenard, non troppo diverso da Pommeret come carattere, probabilmente, davvero poco espansivo, ma molto più conosciuto e considerato dopo i suoi tanti successi), ma credo ugualmente sia il più sottovalutato in senso assoluto nel mondo trail, almeno in Italia, sebbene sia tra i più costanti e longevi.

Eppure ha vinto un UTMB, nel 2015, in una delle edizioni più folli, con continui cambi di classifica, ma forse la mancanza di uno dei classici dominatori ha fatto un po’ passare in secondo piano questo risultato. Quest’anno è arrivato 4° a Chamonix, il più anziano (46 anni) ad arrivare nei primi 5 dal 2009. È arrivato 3 volte secondo alla Diagonale des Fous, la prima volta nel 2009 (a testimonianza della longevità, non solo anagrafica). Ha vinto una gran quantità di classiche francesi con livelli tra i più alti al mondo, e dove non ha vinto, si è piazzato, con una costanza con pochi eguali (a partire da TDS e CCC, fino alle forse da noi meno considerate Maxi Race, SaintéLyon, Templiers, Ventoux, ma per nulla meno competitive).

Forse uno dei motivi per cui è poco “famoso” di quanto meriterebbe nel mondo e in Italia è proprio il fatto di non aver corso tantissime gare all’estero, soprattutto quelle che noi conosciamo di più. Un 2° posto alla Transvulcania nel 2017, ma nessuna partecipazione a classiche molto apprezzate da noi, come Trangrancanaria, Madeira, Lavaredo, Eiger, o altre ancora che ora non elenco, e nessuna gara americana.

Ma sapete la cosa che più apprezzo di lui e della sua carriera? Mi piace il suo passare da gare lunghissime come UTMB e Diagonale des Fous, ad altre più brevi, o meglio, forse il contrario, visto che gare oltre i 100 km ne ha fatte poche in confronto a distanze minori. Un esempio della sua costanza sono i piazzamenti nei mondiali trail, non importa su quale distanza. 7° nel 2019 su un percorso velocissimo di 44 km, dove molte nazionali si sono presentate con atleti provenienti dalla corsa in montagna, 6° sui 50 km del Trail Sacred Forest sugli Appennini due anni prima, ma anche i piazzamenti (5°, 5° e 6°) sulle più lunghe distanze oltre gli 80 km dei mondiali 2015, ‘16 e ‘18. Una costanza rara. Il tutto con pochissimi ritiri: a memoria - e con quello che ho visto cercando online - solo uno ad UTMB e Diagonale, ritiri ben compensati da altri grandi risultati nelle stesse gare, direi.

In inverno non disprezza gare brevi sulla neve (più volte, negli anni passati, l’ho visto vincente nelle gare poco oltre il confine alle quali partecipavo durante i mesi freddi), oltre allo scialpinismo, dove se la cava mica male, pur non essendo nel giro della nazionale, tanto da arrivare 5 volte nei primi 20 alla Pierra Menta, una delle più importanti gare sulla neve, una sorta di Tour de France della specialità.

Adoro gli atleti polivalenti che sanno destreggiarsi su distanze diverse, percorsi diversi, e anche sport diversi. Come tanti atleti più seguiti e famosi vengono giustamente esaltati per queste loro qualità (soprattutto se si tratta di americani), trovo che anche lui debba ricevere il giusto merito (anche se francese).

Concludo, per aggiungere che sono felicissimo anche per Daniel Jung, non vorrei sembrasse il contrario, ragazzo super in gamba, con gamba super, primo italiano a vincere la Diagonale des Fous. Ero sicuro prima o poi avrebbe vinto una grande gara, e sono convinto sia solo la prima.

mercoledì 22 settembre 2021

Non ho le caratteristiche per le ultra xl

Allora, dopo il ritiro all’UTMB ho avuto un po’ di pensieri a proposito delle mie caratteristiche per gli ultratrail. Sono cose che avevo già notato gli anni scorsi, ma ora ho deciso di provare a scrivere per bene come mi sono andati alcuni tipi di gare nel tempo, cercando di cavarne considerazioni utili per puntare ad obiettivi più nelle mie corde in futuro, soprattutto considerando che dall’anno prossimo si dovrebbe (speriamo) poter scegliere tra più eventi rispetto a 2020 e 2021.
(Chi volesse può saltare oltre l’elenco delle gare e arrivare direttamente al risultato finale)

Ecco come sono andate le gare ultra XL nella mia “carriera”.

ULTRA OVER 100 KM da 14 ore di gara – proiezioni finale – in poi, partenza di giorno o di sera, con lunghissimi tratti di notte.

UTMB 2011: ritirato dopo 110 km per contrattura quadricipite. Partenza ore 23. Pioggia in partenza, molto freddo di notte, bel tempo di giorno. Problema agli occhi tra fine notte e mattino. Partito allenato male o nulla nell’ultimo mese.
UTMB 2013: ritirato dopo 110 km per problemi alla vista e perdita di energie. Bel tempo, ma freddo secco di notte. Partito ben allenato.
UTMB 2015: ritirato dopo 50 km. Sovrallenato. Stanco da subito, dolori diffusi (iniziale fascite plantare portata dietro per tutto l’inverno). Ritirato sfinito nonostante la poca strada. Meteo buono.
UTMB 2016: 36° (27h10’). Ottima forma all’inizio, difficoltà a mangiare, crollato alla distanza. Sofferto il caldo. Partito con ottima forma.
UTMB 2018: 7°, 23h02’. Pioggia intermittente, freddo umido. Gara perfetta, la mia migliore.
UTMB 2021: ritirato dopo 77 km per contrattura flessori coscia, problemi gastrointestinali, vertigini. Forma pregara perfetta. Freddo secco notturno che ha amplificato i problemi.

DIAGONALE DES FOUS 2014: 7° (29h00’). Pioggia intermittente per buona parte della gara, soprattutto la prima notte con freddo umido. Partito ben allenato. Finito con gran stanchezza nel finale (in piena seconda notte).
DIAGONALE DES FOUS 2015: ritirato dopo 120 km. Patito molto caldo di giorno. Ancora postumi da sovrallenamento, fascite plantare e dolori diffusi. Partito poco preparato.
DIAGONALE DES FOUS 2016: ritirato dopo 77 km per dolore ginocchio (borsite post caduta in bici), impossibile piegare la gamba. Forma fisica buona fin lì. Pioggia nella prima parte.
DIAGONALE DES FOUS 2017: 23° (28h29’). Buona forma fisica, gestita per tutta la gara contrattura al polpaccio di un mese prima ripresentata dopo 50 km. Patito tantissimo il caldo di giorno che mi ha rallentato troppo. Benissimo inizio e fine. Post gara in ottime condizioni.

LUT 2012: ritirato dopo 78 km per dolori diffusi (principio di fascite plantare) e stanchezza generale. Stanco dalle gare precedenti e dai troppi allenamenti. Meteo buono.
LUT 2015: 18° (14h08’). Buona gamba, patito crollo fisico dopo 80 km, recuperato molto bene nel finale.
LUT 2016: 17° (14h21’). Nessun problema di gambe o forma, qualche problema intestinale, finito in ottima freschezza, solo un po' lento.
LUT 2018: ritirato dopo 56 km per infortunio piede sinistro. Anche problema agli occhi a causa del freddo secco.
LUT 2019: ritirato dopo 45 km per vomito, problemi gastrointestinali e perdita di energia. Partito in non buone condizioni. Preso antibiotico nella settimana di gara dopo operazione dentistica.

TRANSGRANCANARIA 2015: ritirato dopo 65 km circa. Dolori diffusi e stanchezza generale. Partito non ben preparato.
TRANSGRANCANARIA 2017: 19° (15h12’). Ottima forma, gran rimonta finale, una delle mie migliori gare sulla distanza. Forse la gara più partecipata e competitiva a cui ho partecipato su questo chilometraggio.

MADEIRA ULTRA TRAIL 2017: ritirato dopo 80 km. Caduta con botta al ginocchio (dove presente ancora leggera borsite dall’autunno precedente), estrema spossatezza generale. Partito in pessime condizioni, febbre e tosse nella settimana della gara.

SCENIC TRAIL 2017: ritirato dopo 60 km circa. Bene all’inizio, poi stanchezza e vertigini con difficoltà ad alimentarmi. Meteo buono. Partito poco preparato.

TOE DES GEANTS 2019: ritirato dopo 85 km circa per problema lombare/coscia dx simil sciatica, più difficoltà ad alimentarmi con mal di stomaco e nausea, problemi agli occhi a causa del freddo secco di notte.

UTLO 2019: 3°, 16h40’. Ottime sensazioni per tutta la gara. Pioggia quasi tutto il tempo, con freddo umido di notte.

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ULTRA OVER 100 KM da 14 ore di gara – proiezioni finale – in poi, partenza di mattino, solo brevissimi tratti al buio nel finale.

ABBOTS WAY 2012: 1° (14h14’). Nessun grave problema fisico. Distorsione alla caviglia 2 settimane prima, ma gestita durante la gara. Clima buono, qualche pioggia leggera nelle primissime ore. Buio nell’ultimo tratto.

VIE DI SAN FRANCESCO 2013: 1° (14h20’). Nessun prolema. Forti scrosci di pioggia nella prima parte di gara. Il resto del meteo ottimo. Buio nell’ultimo tratto. Corso e vinto il Morenic Trail (110 km) la settimana precedente, quindi partito un po’ stanco.

VERMONT 100 MILES 2017: 9° (17h53’). Gambe distrutte negli ultimi 60 km con enormi patimenti per finire la gara, nonostante non altri problemi fisici o energetici. Arrivato allenato non nel modo giusto sotto il punto di vista muscolare (prima gara di questo genere, tutta corribile). Ultima ora al buio. Meteo buono.

TDS 2017: ritirato dopo 70 km per episodi di aritmie. Partito ottimamente allenato. Buone condizioni fisiche iniziali. Molto caldo.

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STATISTICHE VARIE

Gare over 100 km oltre 14 ore con partenza di giorno/sera.

Partito 21 volte. Finisher 8. Finite bene senza particolari problemi, 4. In 3 di queste ha piovuto per lunghissimi tratti, anche con freddo, ma umido. Nei 13 ritiri, 8 volte ero partito male allenato, con problemi fisici o infortuni. Dei restanti 5 ritiri, 3 volte c’era freddo con vento secco.

Gare over 100 km oltre 14 ore con partenza il mattino ed eventuali pochissime ore di buio nelle ultime ore.

Partito 4 volte. Finite 3. Un ritiro a causa di aritmie cardiache (e caldo). 3 volte finito nonostante fossi partito non fresco, oppure non perfettamente preparato.

ALTRE ULTRA

Gare tra 6h/7h e 12h con partenza tarda sera/notte e terminate il mattino presto. Partito: 4. Completate: 4.

Gare tra 6h e 12h con gara di giorno, eventuale breve tratto iniziale o finale al buio. Partenze 43. Ritiri: 3 (infortunio + strada sbagliata UROC, problemi alla vista Bettelmatt, errore di percorso + “depressione” JFK). Terminate in pessime condizioni rallentando molto nel finale a causa di crisi o problemi di diversa natura: 8 (se non ricordo male), la maggior parte delle quali nelle mie prime gare o dopo infortuni. Ritirato per stanchezza, malesseri o dolori: 0 (esclusa la UROC, infortunato). (Potrei forse aver dimenticato qualcosa, queste sono quelle che sono riuscito a ricordare e ricostruire.


Tra 6 ore di gara o 12 cambia tantissimo (12 ore sono sicuramente più simili a 14), ma dato che c’è proprio una netta divisione nei miei risultati tra questi tempi di gara, li ho presi come riferimento per la divisione in categorie. Non parlo di altre gare tra le 3h30’ e le 5h30’, un po’ perché sono davvero tante, un po’ perché in quel caso si parlerebbe quasi solo di prestazione e poco di infortuni, acciacchi, problemi fisici, ritiri, e alcune sono state prese come allenamento.

CONCLUSIONI
Mi posso trovare bene in gare lunghe, ma con partenza il mattino. Ne sono consapevole da tempo, forse per questo motivo il mio maggior obiettivo futuro rimane la Western States, anche se fa molto caldo e non è esattamente adattissima alle mie caratteristiche. Di sicuro se piove mi trovo molto bene. Non amo particolarmente correre con la pioggia, ma in queste condizioni mi sono spesso trovato a dare il mio meglio, anche in ultra tra 6 e 10 ore. Di sicuro con la pioggia, anche se con freddo, non patisco problemi agli occhi o problemi gastrointestinali. Soffro la notte? Probabilmente non la notte in sè, visto che in gare con partenza in notturna (tra le 23 e la 1) non ho mai avuto problemi, anzi, forse ho fatto alcune delle mie gare migliori. Molto probabilmente soffro molto i decisi cambiamenti di clima (ma anche qua non è detto, non sempre è così). Nelle gare in notturna più brevi non ci sono mai stati clamorosi sbalzi termici (intendo di 15° o oltre, come può avvenire a UTMB, Diagonale, LUT, Tor). In gare XL ho raggiunto “solo” 2 risultatoni (mica male, poi, come risultati, UTMB ’18 e Diagonale ‘14) con pioggia e umido, il che significa appena un 10%, più altre 2 ottime gare (Transgrancanaria, UTLO), altre 2 finite almeno decentemente (le 2 LUT terminate), e 2 concluse dopo patimenti di ore (UTMB ’16 e Diagonale ’17) in condizioni di gran caldo.

Probabilmente le gare dove riesco a dare il mio meglio sono quelle tra le 8 e le 10 ore, o poco più. Forse dovrei correre più ultra con partenza di mattino, come molte 100 miglia americane, appunto. In questi casi riesco anche a gestire meglio eventuali crisi o problemi. In ogni caso nelle ultra over 12-14 ore credo che anche le statistiche generali dimostrino un maggior numero di ritiri (per persone più lente di me quindi si parla anche di gare più brevi, 80-100 km). Di sicuro è molto più semplice avere problemi gastrointestinali dopo molte ore e cambi di clima e di “luce”.

Delle volte ho avuto anche un po’ di sfortuna forse, viste le occasioni in cui sono partito già infortunato, acciaccato o del tutto sovrallenato (o male allenato, come il primo UTMB). Ma ho avuto anche dei di brutti flop nonostante una bella forma, quasi sempre quando c’era intenso freddo secco. Diciamo anche che sulle lunghissime distanze ho spesso corso in eventi super competitivi, il che significa osare, sia in allenamento che in gara, con in mezzo impegni di sponsor, public relations e simili, senza che questa sia una scusa, ma probabilmente un po’ incide. Anche il fatto che siano generalmente lontane da casa, con abitudini e alimentazione diversa dal solito, mentre gare più brevi, seppur di 10-14 ore, portano lontano da casa per meno giorni.

Considerazioni buone per decidere i prossimi obiettivi a partire dall’anno nuovo, e sfruttare le possibilità che negli ultimi 2 anni non ci sono state.

martedì 15 giugno 2021

First State Trail Race 50 k, la mia gara (la prima di 3 weekend consecutivi)

Dopo la UROC, una settimana di recupero, un mese di allenamenti per ritrovare brillantezza e mettere le basi per l’estate, e poi 3 trail di 50 km per divertirmi/testarmi/allenarmi in vista di luglio e agosto, dove spero di poter venire in Italia e fare un po’ più dislivelli in preparazione dell’UTMB. Sabato 12 giugno quindi prima gara del trittico, la First State Trail Race, in Delawere.

(foto Patrick Rodio)

Intanto, una delle cose più belle è stato il ritorno a condizioni pre pandemia, ovvero la non necessità di distanziamento o uso di mascherine per chi era vaccinato, cioè la stragrande maggioranza dei presenti. Con mia sorpresa ho scoperto prima del via che un paio di ragazzi mi conoscevano grazie all’UTMB e ad altre gare in questa parte degli States. Piano piano inizio a farmi conoscere anche qua.

Non avevo grandissime aspettative per questa gara. In questi trail di 50 km corribilissimi e con solo qualche breve strappo ripido non basta solo allenarsi bene. Ho scoperto negli anni che bisogna trovare il “ritmo gara” che dà solo la gara. Essendo quindi il mio obiettivo principale di questo trittico la Eastern Divide, in Virginia, a cui ero iscritto già lo scorso anno e che era stata rinviata per i motivi che sappiamo, lo scorso weekend non volevo forzare e tirarmi il collo per tutta la gara. Poi un leggero fastidio a flessori e ginocchio non mi faceva correre sciolto come volevo, soprattutto in salita quando dovevo alzare di più la gamba, costringendomi a spingere soprattutto di polpacci.

Comunque, la gara. Partivano insieme alla 50 km anche la 25 e la 10 km, quindi era difficile capire la posizione nel primo tratto. Inoltre ci sono anche stati degli errori di percorso di alcuni ragazzi, a maggior ragione questo mi ha costretto a concentrarmi solo sul mio passo. Essendo 2 giri da 25 km, l’obiettivo era di sicuro quello di fare il più possibile tempi simili tra i 2 giri appunto, e infatti così è stato, con un primo giro in 2 ore più o meno esatte, e concludendo in 4h04’35”, un leggero normale calo, ma considerando un paio di soste ai ristori, l'aumento della temperatura, il tanto fango e qualche doppiaggio, tutto nella norma. 

Dopo una trentina di chilometri avevo capito di essere 3°. Nonostante il fastidio muscolare le energie erano sempre buone. Il caldo per fortuna non era intenso come nelle settimane precedenti, quindi non ci sono stati grossi problemi di idratazione. Nell’ultimo tratto di gara ho provato a spingere leggermente di più, ma senza affanno, visto che il distacco da primi diminuiva in modo naturale. Nella confusione degli errori altrui ho passato più persone di quelle che avrei dovuto (uno addirittura 2 volte, l’ultima a un chilometro dall’arrivo, quando teoricamente ero già in testa), ma ero abbastanza certo di essere davanti a tutti quando ho passato l’ultimo ragazzo a 4 o 5 chilometri dall’arrivo, dopo averlo “puntato” da qualche chilometro (conoscendolo e guardando poi i suoi risultati passati, ho scoperto che quest’anno già una volta mi era arrivato avanti e in un’altra occasione ero arrivato davanti io di poco, a conferma di essere praticamente allo stesso livello su questo tipo di gare).

All’arrivo stavo abbastanza bene, solo normale affaticamento. Le gambe sono state bene anche negli immediati giorni successivi (a parte i polpacci un po’ duretti la domenica), non come dopo la UROC, segno che l’allenamento è stato buono, e che probabilmente è anche rimasto un po’ di adattamento muscolare dopo la quasi devastazione della UROC. Riuscire oggi (martedì) a correre senza particolari dolori 3 giorni dopo un trail di 50 km è segno che l'allenamento quest'anno sta procedendo benissimo (nonostante normali ma gestibili intoppi).

Ora si recupera questa settimana con allenamenti tranquilli e un fartlek leggero a metà settimana, in vista della prossima.

martedì 25 maggio 2021

Il mio recupero post gara

Come dopo ogni “gara obiettivo“ (almeno negli ultimi anni), dopo la UROC mi sono preso una settimana di recupero. Dopo 4 mesi di allenamenti intensi, con qualche acciacco e alti e bassi dovuti anche al periodo travagliato, avevo bisogno di un breve stacco generale prima di ripartire per prepararmi per le gare estive (mi auguro non negli Stati Uniti). Ne avevano bisogno anche le mie gambe, visti i DOMS dopo la gara, soprattutto ai vasti laterali. Era da tempo che non mi succedeva di aver dolori muscolari così intensi e che durassero così a lungo.

La settimana di recupero non è stata comunque di riposo totale. Solo per i primi 3 giorni non ho fatto nulla, sia per il gran mal di gambe, sia perché qualcosa da fare ce l’ho comunque sempre, non mi annoio se non mi alleno. Poi per qualche giorno brevissime pedalate di un’ora, o sullo spinning, o sulla solita mountain bike su asfalto, ad andature davvero tranquille, ma con qualche brevissima sgasata, senza esagerare, per aumentare l’afflusso di sangue nei muscoli e quindi velocizzare un po’ il recupero.

È una cosa che consiglio sempre anche alle persone che seguo, quella di fare una settimana post gara obiettivo (bè, se si parla di ultra trail, o di gara comunque più lunga e impegnativa rispetto ai propri standard). Serve sia come recupero fisico, che mentale. Di certo ci sono fenomeni della natura che fanno grandi prestazioni in gare impegnative una settimana dietro l’altra, ma sono appunto casi eccezionali da non prendere troppo da esempio. Una gara lunga fatta davvero a tutta, o con un allenamento non perfetto (e in genere, chi punta ad essere finisher di gare ultra, per quanto ben allenato, difficilmente può essere preparato in modo perfetto come un top runner, anche solo per capacità fisiche e di recupero, oltre che di tempo), lascia strascichi che magari pensiamo siano passati appena passa il mal di gambe, cosa che può avvenire in pochissimi giorni dopo l’evento, ma ciò non significa che si sia davvero recupero a dovere.

Dopo questa settimana di recupero ho ripreso per un mese di buoni allenamenti, ma senza esagerare, proprio perché il recupero non era ancora avvenuto in modo completo. Ma di questo ne parlerò in un prossimo articolo.

mercoledì 5 maggio 2021

Com'è andata la mia UROC (ovvero, quando un percorso più facile è in realtà molto più difficile)

Sì, i percorsi semplici sono quelli più difficili. Almeno per me, o in generale per chi ha più caratteristiche da trailrunner “alpino” che da ultramaratoneta, come spesso sono gli americani. La UROC originale avrebbe un percorso con diversi single track abbastanza divertenti, tratti ripidi dove camminare, discese ripide dove dosare il ritmo, il tutto su sentieri per nulla banali, anche se, certo, non si tratta di una skyrace ultra tecnica e avrebbe al suo interno lunghi tratti molto semplici su asfalto. E io mi ero allenato soprattutto per questo tipo di percorso, inserendo un po’ di bici nelle ultime settimane, anche visto un fastidioso dolore al tendine d’Achille. Purtroppo una settimana prima della gara è stato annunciato un percorso diverso, tutto su strade bianche, con solo un breve tratto su prati nella zona di partenza e arrivo, e su un percorso di 50 km da compiere due volte, a sua volta diviso da altri tratti da compiere out-and-back (avanti e indietro). In sostanza (al netto di un percorso che poi al GPS è risultato di 96 km) i chilometri erano una ventina, da compiere avanti e indietro per più volte, e appunto, tutto su strade bianche. Il dislivello era poco meno dell’originale, quasi 3000 metri positivi, quindi non di certo tutto pianeggiante, ma molto diverso da come sarebbero stati i 3000 metri prevalentemente sui sentieri dell’originale.

Fatta questa lunga premessa, perché era più difficile? Bè, primo perché le salite erano corribili, o almeno così sono state per la prima metà gara, visto che nella seconda parte ogni tanto io e David (con cui ho condiviso quasi tutti gli ultimi due terzi di gara, se non tutti insieme, sempre molto vicini) ci stufavamo di correre e camminavamo, quindi impegnativa per un gesto tecnico molto ripetitivo e pericoloso per le infiammazioni. La difficoltà quindi era anche mentale, su un percorso da compiere sempre avanti e indietro e su stradoni larghi e monotoni. E poi la difficoltà maggiore, quella che più mi ha condizionato, sono state le discese corribilissime, soprattutto una lunga leggera discesa di una dozzina di chilometri con 500 metri negativi, per nulla adatta al mio stile di corsa e per il quale non ero molto allenato. Infatti David Hedges, il vincitore, in questi tratti andava molto più forte di me, costringendomi a sforzi supplementari per non perdere terreno e recuperare nelle salite dove mi sentivo più a mio agio. Sul percorso originale, nonostante il maggior dislivello, avrei patito molto meno muscolarmente le discese. L’impatto col terreno su sentieri mediamente pendenti riesco a gestirlo molto meglio, più reattivo, più leggero, molto meglio rispetto ad una discesa corribile e dove è totalmente diverso l’appoggio e anche il movimento meccanico degli arti inferiori, sempre uguale, è deleterio per le mie fibre muscolari.


(foto UROC 2019)

A livello fisico sono stato sempre benissimo, mai una minima crisi, mai un cedimento, alimentazione perfetta e senza alcun intoppo. Purtroppo a un paio di chilometri dalla fine David mi ha staccato in salita, dove per tutta la gara credevo di averne di più, ma non per mia crisi, anzi, io spingevo ancora bene, lui andava semplicemente di più. Di certo avevo un gran mal di gambe causato dalla disabitudine a questo tipo di percorso e non riuscivo ad aumentare la mia andatura.

Una cosa simile mi era capitata anche nella 100 miglia del Vermont corsa nel 2017, che aveva un percorso con le identiche caratteristiche. Ho capito una volta di più che per certi tipi di percorsi americani devo cambiare completamente il mio allenamento, o meglio, devo dedicarmi più ad alcune cose che solitamente tralascio, abituandomi maggiormente a terreni facili e corribili, ancora più di quanto già non stia facendo.

(foto Vermont 2017)

Una cosa positiva, e che mi ha aiutato ad evitare maggiori problemi nel finale, è stata quella di usare i bastoni nella seconda parte di gara. Grazie al fatto che a metà gara si tornava in zona partenza, avevo lasciato lì i bastoni, pensando che vedendo il percorso una volta, avrei potuto poi decidere se usarli o meno, e sì, sono stati davvero utili per salvare un po’ la gamba sulle salite, nonostante le pendenze per nulla estreme. Inoltre i bastoni sono stati molto d’aiuto per sforzare di meno tallone e tendine d’Achille e ridurre il rischio che mi dessero problemi. Infatti, un po’ anche per via dello scarico pre gara che mi ha fatto bene per sfiammare il tutto, non ho avuto alcun dolore e ho finito in ottime condizioni.

Quindi com’è andata la preparazione? Direi bene, nonostante un po’ di fastidi, cambi di programma, stress vari, ma il giorno della gara ero in forma, veloce (ok, bè, relativamente alla distanza) e resistente, segno che l’allenamento polarizzato ha funzionato. Era un anno e mezzo che non facevo una distanza così lunga (quasi 9 ore di gara) e aver finito bene, senza alcuna crisi, mi ha confermato ancora una volta che non ho bisogno di fare mega allenamenti lunghissimi, e che per le mie caratteristiche fisiche naturali sono sufficienti pochi lunghi su distanze “umane” per avere la giusta resistenza. Se solo si fosse corso sul percorso originale, la preparazione si sarebbe confermata ancora migliore…
Ora un breve recupero, per evitare di essere affaticato in estate, e poi parto per allenarmi per le gare alpine che spero di poter correre tra pochi mesi, UTMB in testa.