giovedì 31 ottobre 2019

L'importanza del feedback

Nel rapporto atleta/allenatore uno degli aspetti più fondamentali è il feedback continuo che l'atleta dà all'allenatore. Solo in questo modo è possibile adattare costantemente il piano di allenamento ed effettuare eventuali modifiche alla strategia iniziale, capendo quali sono i punti deboli su cui lavorare, oppure se qualcosa non sta funzionando, assecondando il tutto sulla base degli impegni lavorativi e famigliari. Seguire la progressione dell'atleta attraverso le strumentazioni oggi a disposizione è sicuramente utile, ma la capacità dell’atleta stesso di dare indicazioni soggettive sulla propria forma, permette all’allenatore di capire se la strada è quella giusta o meno.
Per questo uno dei tasti su cui più premo con le persone che seguo è quella di comunicarmi le proprie sensazioni, se ci si trova bene con il piano prestabilito, se alcune sedute non sono particolarmente gradite, se ci sono delle difficoltà di qualsiasi genere. Aggiornare gli allenamenti “al buio", senza aver ricevuto feedback, senza sapere se tutto sia andato al meglio o se ci siano dei particolari problemi, non è un buon modo per far raggiungere gli obiettivi prefissati.
Non è necessario scrivere poemi quotidiani, bastano poche indicazioni strada facendo, con una cadenza di almeno una volta a settimana, con maggiori e più chiari scambi di considerazioni ogni mese o due, magari dopo una gara preparatoria o dopo un ciclo di allenamento.
Capita anche che il rapporto non decolli mai, che proprio non ci si trovi, che nessuna soluzione porta sulla strada giusta, ma questo fa parte delle relazioni umane. L'importante è che ci sia il giusto feedback anche sotto questo aspetto.


venerdì 25 ottobre 2019

Periodo di riposo e transizione: ad ognuno il proprio


In una classica programmazione annuale di impegni sportivi dovrebbe arrivare anche il momento del periodo di transizione, ovvero un periodo di recupero fisico e mentale al termine della stagione agonistica. Il nome stesso, transizione, indica il compito di questa fase, che normalmente dovrebbe durare almeno un mese - ma in alcuni casi anche di più o di meno -, ovvero di accompagnare l'atleta dal periodo agonistico della stagione terminata al nuovo periodo di preparazione. Questo è quello che accade negli sport di squadra o in sport dove la stagione agonistica è ben definitiva, oppure in attività dove l'obiettivo è uno solo, ad esempio con la maratona o con l’ultratrail. Sappiamo però che i tempi stanno cambiando. In pochi preparano una maratona o due all’anno al meglio delle proprie capacità, così come è diventato “normale” affrontare un gran numero di lunghissimi ultratrail in tutti i 12 mesi. In questo caso forse pensare con i comuni cicli di allenamento ha poco senso, tuttavia in ogni caso sarebbe bene, per avere una certa longevità sportiva ed evitare infortuni o malesseri vari, introdurre durante l'anno un periodo – o anche più di uno - di transizione.
Per essere più chiaro faccio degli esempi concreti.
Chi corre un UTMB o un'altra gara di quella settimana di Chamonix potrebbe prendere un periodo di transizione subito dopo la corsa, dalle 2 alle 4 settimane, dove ridurre gli allenamenti e fare altro, recuperando energie psico-fisiche. Questa sarebbe la logica. Ma pensando che potrebbe esserci ancora bel tempo, giornate lunghe, e con non poche corse interessanti nel periodo autunnale, può essere utile fare un periodo di riposo più corto, diciamo 1 o 2 settimane, sfruttando la base aerobica per dedicarsi ad allenamenti più intensi e fare gare più brevi, per poi fare il vero periodo di transizione a fine anno, con un mese stavolta davvero più tranquillo. Questo non vale per tutti, perché c'è anche chi dopo l'obiettivo clou preferisce stare lontano dalle gare per più mesi, per ricaricare a dovere le batterie e dedicare più tempo a famiglia, lavoro o altri interessi. In questo caso il periodo di transizione diventa più lungo, senza per questo correre il rischio di perdere tutto a livello fisico e non recuperare più la forma. Anzi!
Per chi ha terminato il Tor des Geants può essere invece consigliabile fare un ben più lungo periodo di recupero, prolungando la transizione e riprendere poi in modo graduale, ascoltando i segnali del corpo, perché potrebbe volerci più tempo del previsto per riprendere la normale attività sportiva. Certo, esistono casi di chi riprende molto presto e senza danni, ma è una cosa non per tutti.
Se invece si fanno gare più corte e la stagione è rimasta concentrata tra primavera ed estate, un periodo di transizione tra fine autunno e inverno è più semplice da inserire e da gestire.
Ma cosa fare durante questo periodo? Ovviamente dipende sempre dal proprio livello, dalla disponibilità di tempo, e da quanta stanchezza c'è. Un periodo di riposo assoluto può non fare male, anzi. A qualcuno bastano 3 giorni per impazzire, altri possono fare 3 settimane senza problemi. L'importante è prendersi un minimo di tempo, per poi riprendere con attività blande e non troppo lunghe. Qualche settimana senza intensità e senza allenamenti lunghi non può che giovare in vista delle nuove sfide. Fare sport alternativi è senza dubbio molto utile, come sarebbe utile farli durante tutto l'anno. Anche dedicare tempo a cose tralasciate durante l'anno non sarebbe male, ad esempio lo stretching o la propriocezione. Altra cosa molto importante sarebbe quella di curare eventuali acciacchi o problemi fisici: se non lo si fa ora quando lo si fa?
Insomma, se esiste il concetto “ad ognuno il proprio allenamento”, dovrebbe esistere anche il concetto “ad ognuno la propria transizione". L'importante è che ci sia.
Buon riposo.

mercoledì 2 ottobre 2019

L'importanza di affidarsi ad un bravo osteopata


(Foto Archivio Carlton Rowlands)

Come molti sanno, il mio Tor des Geants si è interrotto a Eaux Rousses, dopo circa 80 km, a causa di un dolore alla schiena, in zona lombare, irradiato nella parte posteriore della gamba sinistra: dopo essere stato fermo alcune decine di minuti al ristoro, una volta raffreddata la muscolatura, mi era impossibile alzare la gamba. Ma avevo anche altre difficoltà, tutte aumentate a dismisura dopo la prima base vita di Valgrisenche: sensazione di difficoltà a respirare in salita sopra i 2000 metri di quota, difficoltà ad alimentarmi nelle 3 ore precedenti il mio ritiro, a causa di una sensazione di blocco all'addome, dolori e fastidi diffusi in zona pelvica (tipo pubalgia, seppur di lievissima entità), all'esterno delle ginocchia, ai talloni, un gluteo perennemente contratto... Insomma, ero un disastro, nonostante una partenza molto controllata e una tattica di gara perfettamente in linea con le mie previsioni.
Ma perché tutti questi problemi? Di sicuro le settimane precedenti – ma a livello più ampio, direi anche gli ultimi mesi – erano state molto impegnative e stressanti, lasciandomi poco tempo per tutta quella serie di esercizi di stretching e mobilità entrati nella mia routine, e con lo stress dell'organizzazione di un'altra cosa decisamente impegnativa, seppur bellissima: il mio matrimonio. Luglio e agosto erano stati utili per accumulare un gran volume di allenamento, in bici e a piedi, ma in un modo per cui potevo solo alternare grandi carichi a giorni di recupero mal gestito per diversi impegni extrasportivi, cosa che non mi permetteva di affrontare al meglio le fasi di riposo. Ecco che così i piccoli affaticamenti fisici e acciacchi hanno potuto mostrarsi con sempre più forza.
A volte (o forse sempre) ho una mentalità antica. Non mi faccio vedere da uno specialista finché il problema non diventa grave. Fisioterapista e/o osteopata sono sempre stati un po' “l'ultima spiaggia” a cui rivolgermi, mentre in realtà dovrebbero avere anche una funzione preventiva. L'ultima mia visita era stata in primavera, ad aprile. Da allora ho avuto il periodo con il maggior carico di allenamento mai fatto finora. Tutte le piccole imperfezioni fisiche, soprattutto a livello articolare, sono però aumentate senza che io me ne accorgessi. Il mio corpo compensava a livello muscolare, mentre altri fastidi li prendevo come un normale affaticamento dovuto alla mole di attività fisica, senza pensare che sarebbe stato necessario far controllare tutti i piccoli e grandi squilibri strutturali che avevo.
Quando finalmente dopo il Tor des Geants sono andato dal mio osteopata di fiducia, ho sentito articolazioni e muscolatura liberarsi come non mi era mai successo prima, anche e soprattutto a livello addominale e toracico. Il sovraccarico di lavoro fisico aveva accentuato in modo esagerato tutte le piccole e normali problematiche che possono venire a chi pratica sport di endurance, e lo stress aveva influito probabilmente ad avere una respirazione non sempre corretta. E forse così mi sono convinto una volta per tutte dell'importanza di affidarsi alle mani di un bravo osteopata ben prima che i problemi fisici possano compromettere il risultato di una gara.